ODONOMANTOVA

1891 - 1921

Tipologia Tema
[VUOTO]

Descrizione

Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti


Era il 1918 quando il compositore Ermete Giovanni Gaeta compose la celebre Canzone del Piave, scritta nei mesi che di poco precedevano la fine del primo conflitto mondiale e nella quale ancora forte traspariva il sentimento contro il popolo austriaco “impiccatore”. Non a caso infatti, nella strofa riportata poco sopra, Gaeta cita i nomi di tre celebri irredentisti: Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, giustiziati proprio tramite impiccagione tra il 1882 e il 1916, così come Fabio Filzi (Damiano Chiesa, altro irredentista spesso ricordato nell'odonomastica cittadina fu l'unico tra questi a morire per fucilazione).
A Mantova, con una seduta straordinaria del Consiglio Comunale datata 9 settembre 1916, si decide di intitolare l'allora via della Posta alla memoria di Battisti, stabilendo peraltro che l'affissione della targa marmorea dovrà avvenire il giorno 11 ottobre, "nel cinquantenario di quel giorno felice e memorabile nel quale le truppe italiane entrando in Mantova, provenienti da Cittadella di Porto, assicuravano la libertà e la redenzione della nostra terra e della nostra gente dall'esecrata oppressione austriaca".
Mantova infatti è divenuta italiana solamente nell'ottobre 1866 dopo il Trattato di Pace di Vienna, a seguito della terza guerra d'indipendenza, termine ideale del percorso risorgimentale che, a partire dai moti del 1848 portò all'unificazione del Regno d'Italia. E proprio sul finire del XIX secolo l'Amministrazione cittadina intraprende un percorso di trasformazione toponomastica che segue una lunga riflessione documentata da una apposita Commissione, istituita con il preciso “mandato di studiare l'argomento e proporre i più opportuni mutamenti”. Le trasformazioni devono servire come “mezzo di educazione ai presenti e alle generazioni a venire”.
Il 28 febbraio 1895 Luigi Carnevali, Stefano Davari, Carlo Sacchi, Natale Ferroni e Catullo Baldi, membri della Commissione, scrivono al Sindaco di Mantova, presentando un elenco di oltre sessanta nomi che andrebbero a sostituire vecchi o antichi toponimi del centro città. Un gruppo molto nutrito di questo novero è costituito da “quei forti che col martirio si acquistarono il diritto alla cittadinanza mantovana”, patrioti italiani condannati a morte per impiccagione tra il 1852 e il 1855 e passati alla Storia come i Martiri di Belfiore.
Il malcontento contro il governo austriaco e la politica repressiva del Feldmaresciallo Radetzky nei confronti degli oppositori, aveva portato alla nascita, in tutto il Lombardo-Veneto, di gruppi che si incontravano in segreto per “congiurare contro l'oppressione”. Uno di questi gruppi si riunì a Mantova, il 2 novembre 1850, in uno stabile di via Chiassi amministrato dall'ingegnere Attilio Mori. Alla riunione parteciparono, tra gli altri, Giovanni Chiassi, Achille Sacchi, Carlo Poma e Giovanni Acerbi.
Il 27 gennaio del 1852, dopo feroci opere di vigilanza e investigazione della polizia austriaca, venne arrestato il sacerdote don Enrico Tazzoli, indicato come coordinatore del movimento; Tazzoli possedeva un registro cifrato in cui aveva annotato i nomi degli affiliati, registro che – decifrato – consentì alle autorità austriache di procedere all'arresto di numerosi individui e al conseguente processo di ben 110 patrioti.
Tra il dicembre 1852 e il luglio 1855 vennero eseguite a Mantova le impiccagioni di don Tazzoli, Angelo Scarsellini, Carlo Poma, Bernardo (de) Canal, Giovanni Zambelli, Tito Speri, Carlo Montanari, Bartolomeo Grazioli, Pietro Frattini e Pietro Fortunato Calvi.
Tutti questi nomi erano certamente iscritti, nel sentire comune, in quella “schiera ormai troppo assottigliata di coloro, che nel periodo fortunoso della rivoluzione italiana con ardimento che pareva temerità, avevano giocato serenamente la vita per un alto ideale di redenzione... era di coloro che, sui campi e nelle segrete, avevano tenuto alto il nome italiano, alimentando nel cuore del popolo, coll'esempio del sacrificio, la sacra fiamma della libertà” (con queste parole si parlava del garibaldino Domenico Fernelli nella delibera del 1904 che intitolò la allora via San Simone alla sua memoria).

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